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Complimenti a Juve e Roma, smantellata un organizzazione criminale e un daspato a vita.

di Luca Ronchi
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Mentre i tifosi dell'Atalanta si lamentano del Var che non funzionava a Genova, urlando subito al complotto e al "diamo fastidio", quando pure ieri sera a Torino, non funzionava danneggiando il Milan in occasione del secondo gol. Mentre la società fa orecchie da mercante di fronte ad episodi, non di razzismo, ma di becera ignoranza, ci sono due società che hanno dimostrato di avere palle quadrate come la Juve e la Roma. 

I bianconeri hanno smantellato anni di minacce e ricatti ultras, azzerando tutti i gruppi organizzati criminali con 10 anni di daspo ai capi dei vari gruppi che tenevano per le palle la società, restituendo la curva e lo stadio ai veri tifosi. L'intervista al questore di Torino tratta dalla Gazzetta dello Sport, se da una parte fa rabbrividire, dall'altra apre uno spiraglio che forse siamo sulla strada giusta, nelle speranza che anche piccole realtà, capiscano che i veri tifosi non vogliono più nulla a che fare con questi criminali. 

ECCO L'INTERVISTA DEL QUESTORE DI TORINO

La curva Juve in ebollizione, il futuro degli stadi, quello del nostro pallone. Molto passa dall’inchiesta della polizia che ha tagliato la testa agli ultrà bianconeri. Nessuno più del questore di Torino, Giuseppe De Matteis, sa che dopo «Last Banner» niente sarà più come prima.

Questore, come cambia ora il contrasto al tifo violento?

«Ci sarà un prima e un dopo. Perché c’è stata finalmente una squadra che ha cambiato atteggiamento rispetto al passato: la Juve ha avuto il coraggio di denunciare l’estorsione subita».

Che cosa lasciano mesi e mesi di indagini?

«Innanzitutto, la conferma che il bagarinaggio è un fenomeno odioso. Abbiamo visto che gi ultrà da una parte si ponevano come gli unici detentori del tifo, dall’altra si facevano “pagare” per esserlo. La Juve ha compreso che in questo business degenerato finisce il gioco. E, anche su invito del questore dell’epoca, si è liberata del peso».

Ma se la Polizia non avesse «invitato» con decisione la Juve a denunciare, saremmo arrivati a questo punto?

«Non ho palla di vetro, di certo la spinta della Polizia è stata importante... Ma penso che la Juve sia arrivata a questa consapevolezza per gradi. Da un atteggiamento morbido è passata a stringere la cinghia fino alla denuncia. La decisione non piomba dal cielo, serve tempo per metabolizzare la situazione e i rischi».

E pure gli altri club metabolizzeranno in fretta?

«Siamo convinti che la stessa cosa capiti anche nelle altre curve. Il “caso Juve” può essere replicato, ma i club devono denunciare. Siamo di fronte a un bivio: i club devono capire se accontentarsi di pagare gli ultrà per ricevere in cambio il loro prodotto, ovvero il tifo, oppure seguire l’esempio della Juventus. Una ricetta unica per tutti non c’è, ma abbiamo visto che contro il Verona i tifosi allo Stadium c’erano...».

Ma è davvero realistico immaginare sempre quella stessa atmosfera?

«Juve-Verona è stato un test anche per noi. Si è capito che lo stadio può fare a meno degli ultrà. Che le famiglie e i bimbi possono stare tranquilli anche in curva, ma si è soprattutto visto un altro modo di intendere lo stadio: meno cori forse, ma la festa si vive nella legalità»

Il futuro è uno stadio del tutto privo di gruppi ultrà?

«Ultrà vuol dire oltre. Oltre le regole e l’ordinario. Io credo che ci possa essere, però, un tifo organizzato inserito in un ambito giuridico. A patto che si superino le devianze nei rapporti con i club dimostrate anche da “Last Banner”. Basta tifosi di professione che vivono alle spalle delle società».

E che giudizio ha sulla responsabilità oggettiva?

«Serve a spingere alla denuncia. Questa inchiesta è piena di messaggi di ultrà che dicono: “o fate come diciamo noi o vi mettiamo nei guai con i cori razzisti”. La responsabilità oggettiva invita a prendere le distanze, a denunciare il contesto in cui i cori nascono. È un deterrente: evita l’indifferenza che è la cosa peggiore».

Perché le istituzioni del calcio hanno detto poco o niente su questa vicenda?

«Non lo so, credo che tutti stiano attendendo i riscontri a quella che finora è solo un’operazione di Polizia. Se si dovessero confermare che gli ultrà componevano davvero un’associazioni criminale, allora una posizione dovranno assumerla. Anche perché tutti sanno che il caso Juventus non è un unicum in questo ambiente».

Non c’è, però, il rischio di lasciare sola la Juve...?

«È quello che deve essere evitato a tutti i costi. Non mi aspetto nulla nel brevissimo periodo, ma un cambio di rotta generale nel medio-lungo termine. Quello che è successo qua ha lasciato un segno in tutta l’Italia che, come me, ama il calcio».

ROMA

Mentre la Roma applica per la prima volta quello che fanno normalmente alcuni club europei che di fronte a forme di imbecillità, ignoranza, frustrazione nei confronti di un giocatori di colore, ha espulso a VITA UN SUO TIFOSO DALLO STADIO! A Bergamo stiamo ancora aspettando di sapere chi ha tirato le banane a Boateng. 

I FATTI

Daspato a vita dalle partite della Roma. Per sempre, senza possibilità di appello o di ritorno. Se in Italia serviva e si voleva un segnale per combattere l’ignoranza del razzismo, ieri ci ha pensato la Roma a lanciarne uno. Mettendo al bando per sempre dalle partite casalinghe della squadra giallorossa Andrea Dell’Aquila, il tifoso romanista (ex giocatore di pallavolo in Serie B con l’Asp Civitavecchia, ruolo palleggiatore) che ieri non ha trovato di meglio che mandare a Juan Jesus un messaggio privato del genere dal proprio account Instagram: «Stai meglio al giardino zoologico, li mortacci tua un’altra volta. Maledetto scimmione. Negro». Un messaggio vergognoso, che si commenta da solo e che ha scatenato subito la rabbia di Juan Jesus. E, ovviamente, anche della Roma.

La vergogna

Ieri pomeriggio, infatti, il difensore brasiliano della Roma ha postato una storia su Instagram pubblicando il messaggio razzista ricevuto dall’account di Pomatinho (appartenente proprio ad Andrea Dell’Aquila) e taggando anche l’account ufficiale della Roma. «Sapete già cosa fare con uno così», il messaggio del difensore giallorosso, con tanto di hashtag #notoracism e il successivo messaggio: «Orgoglioso di essere quello che sono», con cuoricino finale. La Roma ovviamente si è subito mossa a livello dirigenziale, confrontandosi con il presidente James Pallotta sul da farsi. Verificata la possibilità legale di daspare il tifoso, non ci ha pensato un attimo, pubblicando il provvedimento in serata sul proprio account twitter: «Il gestore di questo account Instagram ha inviato insulti razzisti disgustosi a Juan Jesus, attraverso un messaggio diretto. Abbiamo segnalato l’account alla polizia e a Instagram. La persona responsabile sarà daspata a vita dalle partite della Roma», messaggio che si chiude anche qui con l’hashtag #notracism. Un segnale importante, che può fare scuola nella lotta alla discriminazione nel calcio.

Il daspato

Dall’Aquila, una volta avvertito il rischio della bufera, ha prima reso privato il proprio account Instagram e poi si è affrettato a scrivere un post su quello Facebook: «Regà, mi sono entrati nell’account Instagram, hanno scritto insulti razzisti a più giocatori. Non sono io ovviamente». Ahahahahaa 'a BUFFONE!! (ndr)

Difficile crederci, soprattutto scorrendo a ritroso lo stesso profilo. Gli insulti alla Roma per il pari con il Genoa del 25 agosto, quelli alla dirigenza per gli addii di Totti e De Rossi («Ho capito: la Roma è un’azienda e come tale ogni tot persone deve assumere un disabile. Noi se semo portati avanti e come mongoloide abbiamo il presidente», con tanto di coltello finale) ma soprattutto il post del 15 aprile, a commento dell’episodio che coinvolse Acerbi, schernito da Kessie e Bakayoko alla fine di Milan-Lazio. «Se Acerbi fosse stato meno strafottente probabilmente quelle due scimmie non gli avrebbero dato addosso con quel gesto. Scegliere da che parte stare, tra un laziale e due negri è dura...». Insomma, la vena razzista di Dall’Aquila è evidente, tanto che in molti gli hanno ricordato – in modo ilare – come i suoi profili fossero già stati hackerati in passato. Ora Dall’Aquila può eventualmente ricorrere alla giustizia ordinaria, sperando in un giudice che neghi alla Roma la facoltà di non farlo entrare allo stadio. Ma questo, per ora, conta poco. Quel che conta è che da ieri ci sia un segnale netto contro il razzismo. Fuori dallo stadio. Per sempre.

ATALANTA-DALBERT

Invece a Bergamo giornalisti, mister e società minimizzano l'episodio, fischiando al messaggio audio diffuso allo stadio per interrompere gli insulti dementi. A Bergamo andare allo stadio a tifare "PER" e non "CONTRO", sembra un sogno impossibile. 

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