Il ritratto di un maestro: Giampiero Gasperini, l'uomo che insegna a non avere paura. Fu però Gasperini a dire che l'Atalanta non era da Europa e il mercato "triste". Una discussione con 2 talebani atalantini...

di Luca Ronchi
Fonte: Gazzetta dello Sport
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La differenza di Gian Piero Gasperini consiste nell’allenare sentimenti umani come il coraggio, l’ambizione e il desiderio prima ancora dei principi di gioco. Quando Toloi esce come una furia dalla linea difensiva per andare a caccia dell’avversario col pallone, esegue un movimento classico di superiorità numerica a centrocampo: accetto che gli altri due difensori restino uno contro uno con le punte rivali perché così guadagno un uomo nella zona della palla. È una scelta rischiosa, quasi tutti gli allenatori di ogni scuola - perfino Bielsa, per fare un nome che tornerà - mantengono sempre un difensore in più rispetto agli attaccanti avversari. Ma quando Toloi (o uno dei suoi colleghi di reparto) recupera il pallone, l’Atalanta riparte con un impeto irresistibile perché l’intensità che schiuma non è soltanto fisica. È mentale. Non sarei stupito se Gasperini rivelasse di allenare i suoi ragazzi chiudendoli nella gabbia del leone armati di sola frusta. Schioccatela, e sconcertata da tanta spavalderia la belva non vi attaccherà. La Juventus è stata battuta così: sorpresa da una rivale che veniva a pressarla alta quasi non temesse i suoi artigli. Infatti. L’Atalanta non sa cosa sia la paura perché si è lungamente preparata per non provarla.

Quella formazione «da matti»

Gasperini diventa l’uomo dei sogni di Bergamo una domenica d’autunno di tre anni fa, e ci riesce allo stesso modo: con una manifestazione di coraggio. È il pomeriggio del 2 ottobre 2016, e il moderno tam tam delle chat annuncia che l’Atalanta, attesa in casa contro il lanciatissimo Napoli, scenderà in campo con una formazione «da matti»: fuori i giocatori più navigati, dentro tutti i ragazzini. Mesi dopo Gasperini confesserà di aver accettato l’offerta dell’Atalanta, anziché godersi la vita con lo stipendio del Genoa - da cui era stato esonerato -, perché tra le molte chiacchiere che galleggiavano nell’ambiente ce n’era una bella circostanziata sulla generazione di talenti che stava crescendo a Zingonia. Una di quelle congiunzioni astrali che si verificano di rado, e che avrebbe fatto la fortuna del tecnico più pronto a saltare a bordo, se soltanto avesse avuto il pollice verde di chi ama lavorare con i giovani.

Speciale, 
almeno un po’

Ci sono voci contrastanti relative alla vigilia di quella gara. Per quanto nel posticipo del lunedì precedente avesse battuto il Crotone riportandosi almeno in linea di galleggiamento salvezza, l’Atalanta era partita decisamente male. Gasperini ha sviluppato un olfatto sensibile all’aria che tira e, per quanto il club non gli metta fretta, è consapevole di non poter perdere altro tempo. Quella partita è una svolta e il Napoli di Sarri un pessimo ostacolo da trovare. Generalmente i bivi decisivi rivelano la natura delle persone. Chi crede in se stesso e possiede coraggio li affronta applicando le proprie idee a costo di estremizzarle, «se devo fallire voglio farlo alla mia maniera»: viceversa chi non è certo di ciò che ha in testa o non ha il carattere per rivendicarlo, cerca un compromesso per pararsi le chiappe, «ho agito come tutti, è stata solo sfortuna». Senza capire che in Serie A ci sono soltanto venti posizioni da allenatore, devi essere per forza un po’ speciale - almeno un po’ - se vuoi conquistarne una, e soprattutto mantenerla.Gasperini appartiene alla prima specie, e la sera della vigilia mostra ad Antonio Percassi, il presidente, la formazione «da matti»: dentro contemporaneamente Caldara, Conti, Gagliardini e Petagna, che assieme a Kessie (squalificato quel giorno) e Spinazzola costituiscono la spina dorsale dell’Atalanta che si pensava futuribile, e invece è improvvisamente diventata il presente. Percassi è uno dei dirigenti più avveduti del calcio italiano, della Dea - come la chiamano tutti in città - è stato giocatore e per descriverne la filosofia basterà ricordare l’iniziativa di spedire a ogni neonato della provincia una maglietta dell’Atalanta, gesto bello e saggio e, se vogliamo, marketing geniale. Intimamente esulta, nel vedere tutto quel vivaio portato in prima squadra. Ma siccome il suo ruolo è quello del buon padre di famiglia, trema all’idea che i ragazzi possano essere non ancora pronti, che possano bruciarsi. Percassi quella notte non dorme, mentre Gasperini trova rapidamente il sonno di chi è in pace con se stesso perché è certo di fare la cosa giusta. Se Kipling raccomandava di trattare la vittoria e la sconfitta allo stesso modo (nel senso che ciò che conta è dare il proprio meglio, poi vada come vada), il tecnico dell’Atalanta è un suo brillante seguace.

Da Petagna 
alla Champions

La storia di quella gara è nota, come di ciò che ne sarebbe derivato. Dopo nove minuti un rimpallo fra Koulibaly e Ghoulam libera al tiro Petagna e nel sinistro che scuote la porta di Reina c’è l’annuncio del cambio di stagione. È il gol che fissa il risultato, che premia la scelta di Gasperini di non aspettare oltre ma affidarsi subito ai giovani, che contribuisce a costruire una serie di otto vittorie e un pari in nove gare. La squadra s’installa al quarto posto in classifica: dopo varie peripezie - si passa da grandi vittorie contro Milan, Roma e ancora Napoli al San Paolo a un bruciante 7-1 subito dall’Inter a San Siro - l’Atalanta chiude proprio lì, al quarto posto. Ripetuto quest’anno, come si sente dire in giro a voce sempre più alta visto che ormai manca solo un punto, varrebbe la qualificazione alla Champions League.

Il vecchio, il nuovo l’Inter e Bielsa

La genesi della Dea capace di buttar fuori addirittura la Juventus dalla Coppa Italia risiede quindi nel coraggio che il suo allenatore ha sviluppato dentro di sé per poi traslarlo alla squadra. Quel coraggio che fa parte da sempre del suo bagaglio professionale - lo mostra nella Juve Primavera, lo coltiva nel Crotone, lo perfeziona nel Genoa - ma che cinque anni prima, alle prese con l’occasione della vita nel grande club, gli era un po’ mancato. È probabile che all’Inter Gasperini non abbia sentito arrivare la buriana, almeno non con quell’intensità definitiva, diamine, Novara era soltanto la terza partita. È probabile ma il tecnico, sentendosi comunque accerchiato, edulcora le sue convinzioni senza togliere di formazione gente chiaramente rimasta alla notte del Triplete di due stagioni prima. La celebre diatriba sulla difesa a tre, che in fin dei conti gli costa l’esonero, è in tutta evidenza un confronto fra vecchio e nuovo che il vecchio vince per molti motivi: i cascami della gratitudine per il favoloso 2010, il mercato in progressiva frenata, un presidente troppo snob per apprezzare un self-made-man come Gasperini, il rimpianto antico per Mourinho e quello freschissimo per il Loco Bielsa, inseguito fin quasi all’accordo prima del gran rifiuto perché aveva già dato la sua parola all’Athletic Bilbao. Un mix di cose che induce Moratti al taglio prima che Gasperini abbia il tempo di elaborare una strategia di sopravvivenza. Un vulnus che ancora oggi lo disturba, come i vecchi pirati sentono il maltempo in arrivo dal dolore di una cicatrice, e che gli fa dire piccole cattiverie sull’Inter perpetuando l’antipatia dei suoi tifosi. Non si chiariranno mai.

Una giostra che fa girare la testa

L’antica lezione gli è però servita per la definitiva scelta di campo. Gasperini vuole giocatori coraggiosi perché sa di poterci costruire un assalto al cielo: funziona con i giovani, perché sono più incoscienti - non ancora corrotti dal dolore per le sconfitte - ma funziona anche con quei vecchi che sentono di non aver distillato dalle loro carriere la giusta gloria e ambiscono a giocarsi un’estrema chance. Il Papu Gomez è sempre stato un discreto attaccante, ma con Gasperini si è conquistato addirittura la Seleccion; da anni si dice delle doti da fuoriclasse in fieri di Josip Ilicic, ma soltanto Gasperini ha ottenuto da lui qualcosa di vicino all’80 per cento del potenziale (sì, ce ne sarebbe ancora di oro da estrarre); lo stesso Duvan Zapata ha perlomeno raddoppiato il livello del suo rendimento, costringendo l’allenatore a ridisegnare una fase offensiva che abbia in un centravanti così letale il suo terminale, e non preveda più un 9 «portaerei» (Petagna) dal quale si alzano i caccia per colpire (Gomez, Cristante e così via). Si spiega anche così il fatto che, in questa fase storica, l’Atalanta migliori i giocatori che ci arrivano mentre quelli che se ne vanno peggiorino (Gagliardini l’esempio più lampante): Gasperini l’ha trasformata in un ecosistema sostenibile se tutti viaggiano nella stessa direzione, alla stessa velocità e con la stessa sfrontatezza. Appena scendi dalla giostra, è fatale che ti giri la testa.

La sensazione 
di onnipotenza

Soltanto l’Atalanta va a pressare alta la Juventus, cercando di farla uscire sulle fasce per poi piazzare Gomez, Ilicic e Zapata sulle linee di passaggio all’indietro in modo da tagliarle la ritirata: strategia che alla lunga richiede grandi energie, uomini in quantità e, di conseguenza, frequenti parità numeriche in difesa. Ma se un giochino del genere ti riesce contro Ronaldo e Dybala, è fatale sentirsi un dio. Finché non diventa presunzione, è psicologia da marines: non c’è uno degli atalantini che in questi anni non abbia moltiplicato il proprio valore, e parliamo anche di gente tornata da storie brutte come Masiello.

La stagione 
di caccia è aperta

Incassati all’epoca i complimenti di Mourinho, che quando vuol essere gentile con la Serie A racconta della volta in cui Gasperini gli rigirò tre volte il Genoa come un calzino per controbattere ai suoi interventi sull’Inter (una battaglia tattica che Mou considera fra le più elevate della sua carriera), oggi Gasp ha imparato anche a non fallire le prove del nove, gli impegni più abbordabili dopo le imprese compiute: vincere a Cagliari dopo aver eliminato la Juve in coppa è un segnale preciso, l’Atalanta ha aperto la stagione di caccia e quelle che scorge davanti a sé sono tutte prede, a prescindere dalla taglia. Per guidarla, Gasperini non si preoccupa di essere simpatico a tutti: litiga con Maran fino a mandarsi reciprocamente al diavolo, strepita a bordo campo se una decisione arbitrale non lo convince, impone il suo punto di vista con la decisione di chi si sente in credito con tutti. Non l’avete voluto nel giro delle grandi? Lui minaccia di venirvi a prendere, uno a uno.

COMMENTO BGNERAZZURRA- Ora Gasperini punta in alto, ma ricordo benissimo la conferenza stampa in cui disse che l'Atalanta non era una rosa adeguata per l'Europa. Ricordo benissimo quando disse che il mercato era stato "triste". In effetti Rigoni e Tumminiello non hanno praticamente visto campo e sono stati ceduti, ma Pasalic sta ingranando, Dijmsiti sembrava destinato a tornare al Benevento, invece ora è titolare inamovibile, con il rischio di bruciare un patrimonio come Mancini e dopo aver silurato masiello, fino a 2 mesi fa, indiziato per la nazionale dai tifosi. Insomma, parliamoci chiaro, solo i coglionazzi da social hanno sempre ragione perchè scrivono, ma non li caga nessuno, per cui quello che scrivono oggi, possono sconfessarlo il girono dopo, sono ologrammi insulsi. 

Mentre il sottoscritto è da luglio che dice: voglio vedere questa squadra senza impegni infrasettimanali, per me vi divertirete moltissimo e fino a maggio sarete in lotta per un obiettivo. Detto fatto. Fuori dall'Europa League che non avrebbe mai vinto e dentro in Coppa Italia e a un solo punto dalla Champions. Ancora delusi per essere usciti dall'Europa League? lLALTRO GIORNO HO AVUTO UNO SCAMBIO DI OPINIONI CON 2 FEROCI ATALANTINI CHE CRITICAVANO PERCASSI PER NON AVER COMRPATO NESSUNO IN ALTERNATIVA IN ATTACCO E LO ACCUSAVANO DI INTASCARE SOLDI. Ho passato mezz'ora a difendere la società e l'Atalanta, ma questo la gente non lo sa, il fuoco contro il sottoscritto è uno sport nazionale. Leccate il culo ai giornalisti locali  che vi leccano il culo, ma poi in privato vi dicono il contrario, bravi... 


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